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Intervista del dott. Giuseppe Ragogna al dott. Antonio Loperfido

sul numero di aprile 2022 de "La città"

Audio dell'intervista e articolo

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EFFETTI / PANDEMIA & GUERRA

UN AIUTO PER CHI SOFFRE
DI ANSIE E CRISI DEPRESSIVE

  I fenomeni di disagio sono in netto aumento. Si registrano numeri drammatici di tentativi di suicidio. Il male di vivere crea momenti di smarrimento e di difficoltà. Farsi aiutare non è una vergogna. A Pordenone è in attività l’associazione di volontariato Dal dolore al colore, un gruppo sempre pronto a tendere la mano per sostenere chi soffre. Il dottor Antonio Loperfido, psicologo e psicoterapeuta, è uno dei fondatori. La situazione precaria in Friuli. Come intervenire?

—— articolo scritto per La Città Pordenone ——

  Pandemia e guerra: sono due drammi che si accavallano e insieme creano tensioni che aggravano situazioni già fragili. Entrambi sconquassano ulteriormente il tessuto sociale con il rischio di ridimensionare la carica vitale della solidarietà. Il futuro si tinge di grigio. Allora, è bene non sottovalutare i segnali incalzanti di paura, di ansia e di depressione, che sono in netto aumento. Perdute le certezze, siamo un po’ tutti naufraghi alla ricerca di nuovi approdi. Ci vengono in soccorso le associazioni che lavorano per la ricostruzione della fiducia.
  Nei momenti di smarrimento e di difficoltà, farsi aiutare non è mai una vergogna. A Pordenone è in attività il gruppo di auto-mutuo-aiuto “Dal dolore al colore”. È un’organizzazione di volontariato rivolta soprattutto a persone deboli e depresse che non riescono a intravedere un motivo degno di vita. Il suo obiettivo si allarga a chi ha tentato il suicidio e alle persone che hanno vissuto drammaticamente accanto alle vittime di suicidio. È un’ancora di salvezza per chi è dentro “il male di vivere” e da solo non riesce a uscirne. Il dottor Antonio Loperfido, psicologo e psicoterapeuta, docente universitario e autore di alcuni libri specifici, è uno dei fondatori dell’associazione.
  “Dal dolore al colore” è essenzialmente un luogo dove si accoglie senza giudicare, dove si ride o si piange insieme, dove si trova comprensione per sanare l’anima ferita, dove si lotta per rinascere. “Non si deve aver paura – spiega Loperfido – di tirare fuori gli stati di disagio e di sofferenza per condividere le difficoltà con l’obiettivo di superarle”. Nessuno deve restare isolato a tormentarsi sino all’auto-distruzione. È fondamentale da una parte parlare, per rompere situazioni di solitudine, dall’altra ascoltare stando accanto a chi è in difficoltà, in punta di piedi, con la comprensione che dietro i numeri ci sono sempre storie umane molto delicate, che meritano rispetto e non amano la spettacolarizzazione. Il dialogo è l’elemento trainante, come lo è l’obbligo della riservatezza per creare un clima di fiducia reciproca.

Il male di vivere

  La situazione friulana è precaria, tant’è che evidenzia tassi di suicidio tra i più alti su scala nazionale. Nell’ambito territoriale del Friuli Occidentale si registrano mediamente due, tre casi al mese; e i tentativi sono almeno dodici, tredici. Questa è soltanto la punta dell’iceberg di un disagio sociale diffuso. Ecco quindi la necessità di scavare più a fondo per capire e costruire strategie di recupero. In un quadro già di per sé preoccupante, i fenomeni continui di stress e di inquietudine rischiano di alzare l’asticella.
  Allora, è meglio tirare su le antenne dell’auto-mutuo aiuto. Come? “Con la sensibilità e l’ascolto. Non è vero – racconta Loperfido – che chi annuncia la volontà di morire non lo farà mai. Il solo annuncio significa che si è di fronte a una persona che sta male e manifesta la sua disperazione con l’avvertimento di uno stato di malessere. Mai sottovalutare quindi le frasi che alludono alla voglia di farla finita. In realtà, devono destare sospetti anche i comportamenti di euforia in persone che sembrano uscire da stati di depressione. I cambiamenti repentini di umore vanno tenuti sotto controllo. Non è detto che emergano sempre messaggi di morte, prendiamo il caso del sogno di un mondo bello, che però non si riesce a realizzare, di una vita che non è come si vorrebbe. Si rischia di cadere nel precipizio e le delusioni deprimono. La prevenzione parte sempre dalle buone relazioni di collaborazione e di solidarietà. C’è la necessità di trasformare una scelta di morte in domanda di vita”.
  Un’attenzione particolare va rivolta anche ai tentativi di suicidio per affrontare a fondo i motivi del gesto: “In questa situazione il lavoro va fatto sia sui sopravvissuti sia su familiari e amici”. E l’aiuto deve essere esteso anche a chi vive il dolore per il suicidio consumato di una persona cara, in modo da attenuare i sensi di colpa e mitigare la rabbia per l’accaduto.

L’immortalità artificiale

  Le perdite a causa della pandemia sono state tante. Ci sono ancora gli strascichi. Nei periodi più duri non ci sono state neppure le condizioni per l’ultimo addio ai propri cari. Troppe le sepolture anonime, situazioni crudeli. Il tema della morte ci permette di allargare alcuni ragionamenti con il dottor Antonio Loperfido, un esperto particolarmente attento al tema essenziale dell’elaborazione del lutto, che ha necessità di tempo ma non può perpetuarsi se si vuole ricostruire progressivamente la normalità della vita. Loperfido ha scritto sull’argomento un libro: “Ti ricorderò per sempre”, con sottotitolo altrettanto eloquente “Lutto e immortalità artificiale”. Oggi gli strumenti tecnologici e la cultura digitale, con la commistione tra reale e virtuale senza confini, determinano la dilatazione dei tempi.
  Le trasformazioni tecnologiche stanno entrando prepotentemente nella vita degli esseri umani: i nuovi rituali si accostano a quelli tradizionali. “Anche il decesso – spiega Loperfido – è entrato in rete, sui tablet, sugli smartphone, sui computer. In qualunque momento sono disponibili foto, video, testi. Non ci si stacca e il dolore permane. Si stanno costruendo surrogati digitali che consentono il “dialogo” continuo con la persona che non c’è più. Per esempio, siamo arrivati alle lapidi interattive. È giusto ricordare i propri cari per conservarli nell’anima e nel cuore, com’è sempre accaduto. Però, chiediamoci se queste tecniche nuove aiutano a convivere umanamente con la memoria?”. Loperfido non ha dubbi: “Il prolungamento del lutto all’infinito è sbagliato, perché ci impedisce di pensare al futuro. La vita deve andare avanti, dobbiamo rinnovarci”.

Necessità di reti sociali

  La pandemia infetta anche la mente umana, non soltanto il corpo. Le varie paure scatenate dal covid, da quella del contagio a quella della crisi economica che ci rende più poveri, agiscono come un inarrestabile moltiplicatore del disagio psichico. Dopo una fase iniziale in cui si è fatto il possibile per resistere sono subentrate rapidamente contrapposizioni e rotture. Dentro il motto popolare “ce la faremo”, scritto sulle lenzuola e urlato dai terrazzini delle abitazioni, è finito di tutto: buoni propositi insieme con argomenti contraddittori e incompatibili tra loro. L’obiettivo era di trovare una carica solidale che via via si è invece schiantata contro i vaccini e contro il green pass.
  Si sono allargate le crepe nel tessuto sociale fino a provocarne gravi lacerazioni. Eppure, nei momenti più critici (pandemie e guerre) vacilla la convinzione di potercela fare da soli. È effimero il fai-da-te impostato sull’esasperato individualismo e sulla cura dei propri interessi. Quando dovrebbe vincere il noi sull’io ci troviamo con un tessuto sociale fragile. Lacerato. “La pandemia ha disgregato – spiega Loperfido – tutto quello che le persone di buona volontà avevano creato. Mi riferisco soprattutto alla solidarietà, che è in uno stato di coma, per fortuna non irreversibile. Ci vuole tempo per ricrearla. Paradossalmente, c’è quasi bisogno della guerra per rinsaldare le basi solidali sui valori di libertà, democrazia, partecipazione, condivisione. C’è bisogno di ricostruire larghe reti sociali per la diffusione del benessere fisico e mentale. Insieme”.
  È chiaro, dalle conclusioni del dottor Loperfido, che la salute mentale è importante quanto quella fisica. Non sempre il “pubblico” è in grado di dare risposte a tutti sul territorio, soprattutto per mancanza di risorse. Va riconosciuto che il volontariato può aiutare.

Servizio sul gruppo  all'interno della rubrica "Tutto il bello che c'è"

del TG2 OTTOBRE 2019